L'alabastro gessoso di Volterra (solfato di Calcio idrato) si
differenzia, geologicamente parlando, dall'alabastro orientale che è costituito
da carbonato di calcio poliforme che si presenta sotto forma di calcite ed a
volte di aragonite.
L'alabastro volterrano viene estratto in diverse colorazioni, dal bruno al
marrone scuro, dal nero al grigio, al giallo, ai bardigli striati.
Da studi approfonditi del Prof. Mario Pieri dell'Università di Pisa, eminente
geologo, datato nella prima metà degli anni '60 e precedentemente dal Prof.
Enrico Fiumi nella sua pubblicazione "La manifattura degli Alabastri"
edita nel 1940, il fenomeno viene spiegato come una solfatazione delle rocce
calcaree dovute alla emanazione ed alla susseguente ossidazione dell'idrogeno
solforato; viene reperito in cava sotto forma di ovuli o arnioni racchiusi in
uno strato di marna (miscuglio argilloso) alternata da uno strato di gesso
cristallizzato a forma di lancia, detta comunemente panchina.
Le più importanti cave di alabastro traslucido denominato
"Scaglione", di qualità pregiata, si trovano nel territorio di
Castellina Marittima in quantità notevoli e l'escavazione procede in gallerie a
profondità oscillanti dai 50 ai 100 metri; mentre gli alabastri propriamente
volterrani si estraggono in maniera artigianale, anche a cielo aperto, nelle
località di Gesseri, Ulignano, San Francesco nel comune di Pomarance e Sant'Anastasio, località quest'ultima celebre per l'alabastro non trasparente e
color avorio, compatto, adatto principalmente per sculture.
La dolce pietra dell'alabastro, la cui durezza varia dai 2-3 gradi della scala
Mohs, ben si prestò ai popoli etruschi per la lavorazione delle urne cinerarie
nelle quali ne fecero un grande uso. Esempi mirabili di tali manufatti si
possono ammirare nel Museo Guarnacci a Volterra che ne possiede una collezione
unica al mondo.
Dal periodo della massima dominazione del popolo etrusco a quello della
dominazione romana dipoi, non possediamo elementi che certifichino la
continuazione della lavorazione, (probabilmente data la poca durezza della
pietra e quindi facilmente deperibile alla esposizione, agli agenti atmosferici e
dalla produzione dei manufatti che avveniva in modo certamente non organizzato),
nulla è giunto ai nostri giorni, bisogna arrivare addirittura ai sec XV-XVI D.C.
per avere delle certezze. Vedasi a tal proposito lo splendido tabernacolo
conservato nel Museo D'Arte Sacra ed il capitello reperito negli ultimi tempi
presso l'Abbazia Camaldolese di S.S. Giusto e Clemente ora in rovina.
Sono del XVIII e XIX i grandi vasi e gli splendidi oggetti conservati in alcune
ville medicee o collezioni private, già esposti a Volterra nelle mostre di
Palazzo Viti sui "Tesori dell'alabastro".
Queste succinte note danno una pallida e discontinua idea di
cosa ha significato per Volterra ed il suo territorio la lavorazione
dell'alabastro. L'economia della zona ha camminato di pari passo ai momenti di
maggiore richiesta dei manufatti, pochi in verità, ed alle grandi crisi sociali
che hanno attraversato il mondo.
Guerre e devastazione hanno toccato profondamente la tradizione della
lavorazione. I vecchi dicevano "alabastrai si nasce, alabastrai si
muore" ciò non corrisponde più al modello di società in cui stiamo
vivendo.
Il giovane volterrano, a parte eccezioni che non fanno regola, cerca certezze
nel futuro e giustamente si preoccupa di non affidare il proprio avvenire
ad un mestiere, bello quanto si vuole, ma certamente sensibile in maniera
determinante, ad ogni scossone che questo vecchio pianeta produce con le sue
enormi turbolenze, su di un mercato basato su oggetti voluttuari.
Ciò è veramente doloroso. Si sta perdendo il gusto e l'educazione al bello per
preferire il prodotto pratico e più allettante della grande industria.
Noi non disperiamo comunque. Pochi ma qualificati elementi si trascinano addosso
questa grande tradizione culturale cercando di non perderne nemmeno un frammento
per tramandarla ad altri che con amore ne raccolgano l'eredità.
(Tratto da "Centenario della Cooperativa Artieri
Alabastro Volterra)